2004

Tre-sull'altalenaTre sull’altalena

Luigi Lunari

Luigi Lunari è uno degli autori contemporanei più prolifici e le sue commedie sono rappresentate in tutto il mondo. Tre sull’altalena è stata definita da Dario Fo un perfetta macchina comica… ma, con tutto il rispetto dovuto, l’abbiamo scelta perché ci abbiamo intravisto, oltre al meccanismo comico di sicuro impatto, qualcosa in più: la prima immagine che ci è venuta in mente leggendola alle quattro del mattino sul freddo schermo di un computer è stato l’esperimento di un noto sociologo svedese, il cui nome ci sfugge (però era biondo), che chiudeva in una scatola tre topi che, così costretti, se le davano di santa ragione… e anche di più; normalmente, in un altro ambiente, in una bella fognatura magari quei tre topi sarebbero andati d’amore e d’accordo, ma lì, in quella maledetta scatola, giocavano al massacro… e se è vero che gli esperimenti si fanno sulle cavie per poi praticarne gli effetti sugli umani questo è il motivo, un po’ contorto se volete, che ci ha indotto a questa scelta “particolare”. Le bellissime scene di Daniela Donatiello danno il senso della precarietà dell’umano e dei rapporti che ne regolano l’esistenza attraverso un impianto raffigurante un’esplosione di luce in un contesto tenebroso e per questo misterioso e per questo inquietante.

Tre sull’altalena è una commedia che potremmo definire giallo-noir-farsesca-metafisica, ed anche di più, che nei due atti della durata complessiva di un’ora e mezza mette parecchia carne al fuoco con la forza di una drammaturgia di sicuro spessore, ricca di colpi di scena, momenti esilaranti, di forte intensità drammatica, con la pretesa di tenere (speriamo) lo spettatore inchiodato alla poltrona a divertirsi con personaggi che noi attori interpretiamo divertendoci forse come mai prima. Come mai? Direte voi. Forse perché, rispondiamo noi, fra le tante scelte operate in questi anni è quella che maggiormente si presta a quel disegno affascinante di natura ambivalente che consta nel racconto di una storia attraverso il teatro, ma soprattutto nel racconto del meraviglioso, magico universo teatrale attraverso la stessa storia. Dixi et animam levavi.

Tre sull'altalena_01Michelangelo Fetto

Regia: Michelangelo Fetto

Interpreti: Antonio Intorcia, Rosario Giglio, Michelangelo Fetto, Antonio Viespoli

Scene: Daniela Donatiello

Costumi: Daniela Donatiello

Realizzazione scene: Mimmo Pirolla, Daniela Donatiello

Direttore di scena: Paola Fetto

Distribuzione: Solot

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L’Orlo dello Zero

Roberto Guiducci

Roberto Guiducci (1923-), ingegnere e urbanista milanese che ebbe una significativa presenza nella cultura politica italiana soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, concepì L’orlo dello zero come una favola metafisico-drammatica destinata a focalizzare il tema del destino e della volontà umana in un mondo sempre più dominato da poteri arcani e da istituzioni incomprensibili e vuote. In questo contesto la commedia umana è ormai diventata una commedia inconscia perché l’utopia, intesa come domanda di futuro, è stata schiacciata, repressa, rimossa nell’inconscio. In questa regressione è fatale che l’uomo non riesca più a dominare i propri istinti vitali e diventi sempre più incapace di sottomettere i propri desideri al potere della ragione. Così gli atti mancati, stivati nell’inconscio, riemergono sotto forma di allucinazioni ossessive e occultamente allusive della tragedia della condizione umana, precipitata nell’abisso dell’assurdo. L’inconscio si vendica nella rivolta individuale e progetta, nel tormento dell’incubo, quella ribellione collettiva resa impossibile dai freni imposti dalla civilizzazione e dal potere istituzionalizzato. L’orlo dello zero sonda alcune regioni di queste irrazionali profondità dell’umano, fino alle loro surreali e logiche conclusioni, perfettamente inserite nei grandi archetipi del pensiero, dei miti e della forma mentis di cui è intrisa la cultura occidentale.

Attraverso la metafora classica della «città-in-fiamme» Guiducci ci traghetta dagl’inferni freudiani dell’Es ai purgatori pirandelliani della moltiplicazione infinita dell’io, fino a un originalissimo e disperato “paradiso” joyceano della regressione senza fine in cui l’ego, quasi piccolo Ulisse, viene a trovarsi di fronte al “dunque” delle proprie, insormontabili Colonne d’Ercole. In questo azzardato volo nell’inconscio lo spettatore incontra quel «diverso da sé» insito nella propria identità che ciascun individuo vorrebbe incontrare, avendone nel contempo inaudito terrore. Così il palcoscenico diventa uno “specchio” in cui ciascuno può riflettere il proprio io facendolo parlare delle cose di cui normalmente è costretto a tacere. In questo sottile e paradossale gioco ogni diritto – e di conseguenza ogni giudizio – diventa insensato perché destinato a sfociare nell’impossibilità dell’imputazione soggettiva degli atti compiuti. E anche la norma viene scomposta nei suoi elementi primordiali e riportata alla sua essenza di finzione convenzionale capace forse di reprimere e di razionalizzare i desideri istintivi, ma incapace di fondare una «città» degna di essere vissuta. Si giunge perciò a un rovesciamento del foscoliano «Dal dì che nozze, tribunali e are» e si pone crudemente l’uomo di fronte al paradossale dilemma tipico della sua condizione: civilizzazione infelice o utopia tradita?

Regia: Michelangelo Fetto e Francesco Di Donato

Interpreti: Viviana Altieri, Fiorangelo Buonanno, Giovina Guerra, Mimmo Ialeggio, Olga Nardone, Pierpaolo Palma, Bruno Petretti, Francesco Russo, Simona Silvestri, Antonietta Varricchio, Antonio Viespoli

Scene: Daniela Donatiello

Distribuzione: CUT Università degli Studi del Sannio e SOLOT

Musica: a cura di Gennaro Del Piano