2000

Strega

Tullia Bartolini

Lo stereotipo della strega che è giunto fino a noi, ce la presenta come una vecchia megera solitaria e temibile, priva di affetti, parentele, amicizie, arcigna, avida e vendicativa, reclusa in un antro ove si dedica alle sue pratiche nefande. A questo si aggiunge la credenza ancora diffusa che i processi alle streghe fossero esclusivamente opera dell’Inquisizione, cioè della Chiesa, mentre in Italia come altrove, venivano processate e condannate anche da tribunali laici. Ciò sta semplicemente a significare che non solo la dottrina ecclesiastica, ma tutta quella massa di credenze, superstizioni, pregiudizi, folklore, dicerie e invenzioni accumulati nel corso del tempo fino al delirio collettivo, era perfettamente condivisa da tutta la comunità e in primo luogo dai giudici dei tribunali laici. Come è potuto accadere che in un intero continente e per di più di tre secoli si scatenasse una spietata caccia alle streghe è noto. Si tratta dell’individuazione di un capro espiatorio cui attribuire ogni colpa per tutto il male che assediava gli uomini e che placasse, con il suo sacrificio, il panico collettivo generato da fenomeni inspiegabili e terrificanti i quali rendevano precaria e insicura la vita di quei tempi. Non è certo l’unico né l’ultimo esempio di un simile meccanismo persecutorio. Se alle pestilenze, alle carestie, alle morìe di bestiame, alle avversità atmosferiche che distruggevano i raccolti, alla siccità, la Chiesa aveva organizzato risposte sotto forma di funzioni collettive propiziatorie o espiatorie, come le novene, le processioni, le benedizioni dei campi, le preghiere collettive per la pioggia, le penitenze, i digiuni, non dava risposte invece a fatti altrettanto terrificanti e inspiegabili ma individuali come le malattie, gli incidenti, le morti subitanee, l’altissima mortalità infantile. Né tantomeno ne dava ai drammi che toccavano la sfera dei rapporti e delle tribolazioni quotidiane come le violenze dei mariti maneschi, i tradimenti del coniuge, la mancanza o la sovrabbondanza di figli, i parti, gli aborti.

Per le innumerevoli ragioni di infelicità personale, la Chiesa predicava la rassegnazione e la sottomissione all’imperscrutabile volere di Dio, promettendo una ricompensa ai dolori terreni nella futura vita celeste. A queste avversità private tentavano invece di porre rimedio quelle donne che, grazie all’età, avevano acquisito esperienza nella raccolta e nell’uso di erbe medicinali, nella preparazione di elisir, unguenti, balsami e tisane, attingendo a un sapere empirico che si tramandava di madre in figlia. Erano più le donne che gli uomini a ricorrere alle loro arti per ragioni d’amore e di sesso oltre che di salute, perché maggiore era la loro dipendenza dai sentimenti dell’uomo: senza un marito non erano niente. Un po’ levatrici, un po’ mezzane, un po’ maghe, in una solidarietà femminile alimentata dalle comuni sofferenze, queste donne offrivano rimedio alla moglie maltrattata dal marito, a quella afflitta da dolori mestruali o affezioni ginecologiche, a quelle perpetuamente gravide che volevano difendersi da ulteriori gravidanze o liberarsi da quelle in corso. L’aiuto di una donna anziana più esperta ed autorevole era dunque l’unico cui le altre donne potevano ricorrere e costei usava nei suoi interventi, rimedi composti di erbe, olii, minerali, metalli, terra e tutte le disponibilità della natura accessibili in un contesto rurale. Ebbene migliaia di queste donne furono inquisite e mandate al rogo perché accusate di Strearìa, ed è a una di loro che Bellezza, il nostro spettacolo si ispira. Scritto da Tullia Bartolini, giovane e promettente scrittrice beneventana, lo spettacolo si ispira alla vicenda di Bellezza Orsini, donna realmente esistita verso la metà del ‘500, e condannata dal tribunale dell’Inquisizione, dopo essere stata orrendamente torturata, in seguito all’accusa di stregoneria. All’epoca ogni processo si riduceva ad un solo interminabile interrogatorio che si tramutava presto, con l’applicazione della tortura, in confessione, letteralmente suggerita parte per parte od estorta dal giudice, ed in una dissertazione sulla stregoneria, in cui dominavano i riferimenti ai delitti commessi sotto l’albero di “noce”, delle grandi adunate settimanali di tutte le streghe del mondo. I fatti, i delitti atroci “confessati” non venivano mai constatati, restavano inoppugnabilmente presunti. Bastava che fossero stati dichiarati dalle imputate. Uno spettacolo ispirato ad un episodio accaduto qualche secolo fa, nel quale la verità storica si mischia all’invenzione letteraria dell’amore impossibile della protagonista, e concepito come una metafora dispregiativa della caccia alle streghe, intesa come persecuzione verso i deboli, verso le minoranze, verso i diversi, verso tutti quelli che cantano fuori dal coro. Fissando come punto di partenza un impianto drammaturgico, forte di una scrittura moderna e incisiva, abbiamo immaginato uno spettacolo allestito in un cortile al centro del quale una pedana di legno a fungere da palcoscenico… un palcoscenico nudo, a dovere illuminato, popolato da corpi, tesi nel racconto di una vicenda e, attraverso essa, nella rituale, e naturalmente personale, rivelazione del mistero del gioco teatrale; note, parole, gesti sincronizzati per dare vita a situazioni a volte surreali, a volte grottesche aventi lo scopo di proporre un crescendo emozionale carico di ritmo e fortemente intenso.

Regia: Michelangelo Fetto

Interpreti: Silvana Giordano, Antonio Intorcia, Leonardo Agrella, Enzo De Luca, Linda Ocone e Titti Diglio

Scene: Daniela Donatiello

Costumi: Paola Fetto

Realizzazione scene: Mimmo Pirolla, Paola Fetto

Direttore di scena: Paola Fetto

Tecnico luci audio: Michele Pietrovito

Distribuzione: Solot Compagnia Stabile di Benevento

Musica: Antonello Rapuano, Jean Pierre El Kozeh


Assessori e Assassini

Dario Fo

Regia: Antonio Intorcia

Interpreti: Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia, Silvana Giordano, Linda Ocone, Leonardo Agrella, Tiziana Maio, Maurizio Tomaciello

Scene: Daniela Donatiello

Costumi: Sartoria Di Domenico Fortuna

Realizzazione scene: Daniela Donatiello

Direttore di scena: Paola Fetto

Disegno luci: Antonio Intorcia

Tecnico luci audio: Michele Pietrovito

Distribuzione: Solot Compagnia Stabile di Benevento