1993

1993La stazione

Umberto Marino

La Stazione di Umberto Marino rappresenta, per i teatranti delle ultime generazioni, un momento fondamentale nella evoluzione della nuova drammaturgia italiana. E’ un segno che si è impresso indelebilmente nella memoria del pubblico per la freschezza dell’invenzione, per l’aroma di quel caffè fatto per davvero in palcoscenico, per le problematiche suggerite con la levità del narratore di pregio. Immaginiamo che quel ricordo debba conservarsi a lungo e debba essere trasferito al grande pubblico, che ha potuto incontrarlo solo in un bel film di Sergio Rubini. Il primo allestimento, infatti, realizzato da Umberto Marino, con la regia di Ennio Coltorti e tre attori non ancora famosi, ma già prodigiosamente bravi, come Margherita Buy, lo stesso Rubini ed Ennio Fantastichino, ha potuto apprezzarlo un piccolo pubblico, in tre anni di brevi tournée. E forse questo successo, grande beninteso, ma per così dire criptico, ci favorisce oggi nel compito del nuovo allestimento, realizzato come al nostro solito con molto amore e con il grande desiderio di far conoscere ai giovani, ai quali preferibilmente Marino si rivolge, questa bella fiaba contemporanea, ricca di interessanti metafore. Ci favorisce poiché siamo abbastanza garantiti da possibili e stucchevoli paragoni, per il finale a sorpresa, non conosciuto dai più.

Come un gioco di scatole cinesi potrete divertirvi a scomporre il gioco drammatico, ma tutte le possibili combinazioni vi porteranno, speriamo, ad un solo minuscolo oggetto, nascosto nel più piccolo recipiente, la verità. Sentiamo di poterla dire con chiarezza e con un pizzico di orgoglio, questa piccola verità, poiché è molto vicina a noi, parla del nostro modo di essere giovani nel nostro Sud. Dedico questo spettacolo alla mitica “Ferrovia di Cartone”, una linea ferroviaria in concessione (proprio come la Calabro-Lucana), cosiddetta per le continue interruzioni ed i continui lavori di manutenzione. Alcuni elementi scenografici vengono proprio da lì, dalla vecchia stazioncina della famiglia Perrotta (che ringraziamo per la cortese disponibilità), che ha visto molte storie, qualcuna tanto simile a quella narrata da Umberto marino che si può pensare che essa sia potuta accadere realmente proprio qui da noi, a Benevento, in quel piccolo fabbricato in fondo alla strada che non esiste più.Regia: Alessandro Perriello

Interpreti: Michelangelo Fetto, Silvana Giordano, Antonio Intorcia

Scene: Daniela Donatiello

Costumi: Daniela Donatiello

Realizzazione scene: Daniela Donatiello, Giovanni Iorio, Francesca Ocone

Aiuto regia: Annarita Marotti

Direttore di scena: Annarita Marotti

Disegno luci: Alessandro Perriello

Tecnico luci audio: Michele Pietrovito

Scheda Tecnica:

Distribuzione: Solot Compagnia Stabile di Benevento


mistero_1993Mistero

da Mistero Buffo di Dario Fo

Nella grande confusione tra valori e modelli, di comportamento, questi ultimi spesso improntati al consumismo e in generale alla categoria dell’avere; nella dilagante banalizzazione dei miti e dei riti; in una società italiana che è oggi alla ricerca affannosa di se stessa, per il crollo generalizzato delle ideologie, e in particolare della fiducia in una classe dirigente allo sbando e dimissionaria, molti si riavvicinano con spirito amareggiato e disincantato alla Fede. Cercano conforto nella preghiera e nella Liturgia. Partendo da queste considerazioni di base, la SOLOT, ha deciso di orientare la propria ricerca drammaturgica su un testo contemporaneo di raro valore: MISTERO BUFFO di Dario Fo. Si tratta probabilmente della forma compiuta più alta di manifestazione della fede popolare del dopoguerra; si colloca accanto al “Gesù” di Rossellini: due perle del più vivo sentimento popolare, manifestato con modi e forme proprie del popolo minuto, di quelle grande maggioranza che ancora oggi si dibatte nei problemi assillanti della vita quotidiana (che spesso si trasformano in problemi di sopravvivenza) e che ricorrono continuamente e con grande sincerità e autentico trasporto, al Sacro. A vent’anni dallo scandalo provocato dalla messa in scena di questo testo meraviglioso, avendo constatato che compagnie professionali lo hanno trascurato, rileggendolo con amore ed attenzione, ci siamo accorti di quanto fosse strumentale ed esagerata quella reazione scomposta. Il lavoro sul testo consiste in un adattamento discreto, ma soprattutto nel selezionare ed ordinare il materiale (abbiamo scelto la versione in lingua, altrettanto commovente della versione originale). Gli episodi sono stati riordinati secondo la sequenza evangelica. E ciò che conferisce allo spettacolo una tensione drammatica crescente e un ritmo pregnante (che poi è quello proprio del racconto della passione di Cristo) . Il progetto di regia parte da un impianto di tipo pittorico. Il medium visivo è ispirato ai modelli di Peter Bruegel il vecchio. “Il clima morale della sua città, Anversa, era di grande tolleranza, favorevole alle idee di progresso e di libertà , e quindi alla riforma protestante. Carlo V aveva fatto ogni sforzo per ostacolare e reprimere tali tendenze con i famosi editti che comminavano pene atroci a luterani e anabattisti: anche se abiuravano erano giustiziati (uomini decapitati, donne sotterrate vive); decine di migliaia, specie di anabattisti perirono nel sinistro bagliore e nel fumo dei roghi. Rigori anche maggiori furono imposti dal successore, Filippo II. Le Fiandre furono il terribile cruccio del re per tutta la vita. Nel 1556 scoppiò una sommossa, gli iconoclasti distrussero opere d’arte e devastarono chiese e conventi. La sommossa fu domata da Filippo II inviando il duca d’Alba, con un poderoso esercito. Ne seguirono arresti, esecuzioni, un bagno di sangue”. È in questo panorama di morte e dolore che il Bruegel maturo osserva il mondo, e le sue pitture straordinarie sono intrise di quelle sofferenze, in modo diretto e partecipe, inquietante. Tutto questo per dire che le atmosfere di idillio campestre sferzate da una incombente tragedia, o di svago cittadino (il celebre dipinto dei giochi) percorso da inquietanti sentori di morte; insomma tutta l’opera del pittore fiammingo, e non solo quella puramente sacra (la Passione, la strage degli innocenti, l’andata al Calvario, etc.) è uno specchio fedele del sentimento della Fede, vissuto nella tragedia della tortura, della persecuzione, della morte incombente. Così come Pergolesi si ispirò alla scena teatrale di una pubblica esecuzione di un giovane condannato a morte e al travaglio della madre, disperata e impotente spettatrice, per una delle più commoventi pagine di musica sacra, lo Stabat Mater; altrettanto Bruegel è efficace e drammatico poiché è il poeta di un popolo assediato e perseguito, della gente comune che vive all’ombra delle forche. Quel dolore e quella paura sono sempre uguali nella storia dell’uomo, sono oggi più che mai tragicamente di attualità: se pensiamo alla Bosnia, alla Somalia.. Da questi presupposti l’impianto registico come in una sacra rappresentazione che si trasforma però sempre più in una storia viva e vissuta, si gioverà di un taglio di recitazione scarno, semplice e diretto, come la vita degli umili. Nel teatro San Nicola, chiesa settecentesca sconsacrata (a vent’anni dallo scandalo della chiesa, abbiamo il coraggio di portare in una chiesa la causa dello scandalo) aprendo al pubblico solo la platea, gli attori reciteranno in uno spazio scenico dilatato in una enorme croce romanica che attraverserà l’intera sala, dal palcoscenico alle ultime file.

mistero_01_1993Regia: Alessandro Perriello

Interpreti: Michelangelo Fetto, Silvana Giordano, Antonio Intorcia, Antonella Malatesta, Mimmo Zerella, Veronica Feleppa

Scene: Alessandro Perriello

Costumi: Lucrezia Scotellaro

Realizzazione scene:

Aiuto regia:

Direttore di scena:

Disegno luci: Alessandro Perriello

Tecnico luci audio: Michele Pietrovito

Scheda Tecnica:

Distribuzione: Solot Compagnia Stabile di Benevento

Musica: Vanni Miele