Produzioni Solot

Valani

ValaniFVF_1983
scritto e diretto da Michelangelo Fetto
musiche composte ed eseguite dai Sancto Ianne
con
Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia
e con
Gianni Principe – voce
Ciro Maria Schettino – chitarre e mandoloncello
Antonio Pasquariello – chitarre
Raffaele Tiseo – violino
Sergio Napolitano – fisarmonica
Massimo Amoriello – basso elettrico
Alfonso Coviello – percussioni
una produzione Solot Compagnia Stabile di Benevento e Sancto Ianne
Ci fu un tempo, neanche tanto lontano, in cui nella nostra città si svolgeva periodicamente una fiera. Non era una fiera convenzionale in cui si vendevano alimenti, vino, manufatti o bestiame … si vendevano i valani. Chi erano i valani? Bambini, figli di povera gente, fittati in cambio di un sacco di grano di scarsa qualità e poche lire, per una stagione o un anno intero, al proprietario terriero, che da quel giorno diventava il padrone. Il mercato si svolgeva a Benevento, il giorno dell’Assunta, in Piazza Orsini …

Figli senza a faccia
pe’ chi vo’ sulo doje braccia,
figli pelle e chianto
nisciuno ve fa santo maje,
figli ‘e poca storia
stipata int’a memoria,
figli malaciorta
e chi pensa: a ciorta se po accattà,
o futuro e chesta terra è scritto già
dint’all’ uocchie e chillo figlio che sarrà.
(da Valani – di Ciro Schettino)

Solot e Sancto Ianne, prendendo spunto da documenti inediti e testimonianze orali, raccontano tra musica e parole una tragedia locale che, ancora oggi, Benevento non vuole ricordare.
Un lavoro di scrittura che ha impegnato Michelangelo Fetto nell’indagare un fenomeno tipico e ancora oscuro della nostra storia, che riporta a galla ricordi dolorosi per i sopravvissuti insieme alla consapevolezza che il centro storico della città sia stato scenario di immensa crudeltà.
Le atmosfere musicali dei Sancto Ianne che accompagnano la drammatizzazione si accordano con il lavoro storico del gruppo, che si è sempre ispirato a storie strettamente legate al territorio.
Attori e musicisti si sono incontrati nel desiderio comune di dare voce alla vicenda storica di quegli uomini che ancora oggi portano sulla pelle i segni della violenza e tra le labbra il sapore della fame, vecchi guerrieri col viso ancora segnato a raccontare il dramma che ne ha segnato l’esistenza, rendendoli per sempre “valani”.

Madre Natura… Madre Madonna

KATIA RICCIARELLI         MARINA CONFALONE
in
Madre Natura… Madre Madonna
da Iacopone da Todi e Dario Fo
con
il mezzosoprano Angela Bonfitto
Antonio Intorcia     Gesù
Pierluigi Iorio     Giovanni
Rosario Giglio     il cieco
Salvatore Caruso     lo storpio
Tonia Garante     la pazza
Gianni Principe     Giuda

e con
Mauro Altieri, Concetta Affannoso Amicolo, Carlotta Boccaccino, Michele Bosco, Anthonyla Bosco, Katia Cogliano, 
Floriana Fusco, Alessandra Franco, Gilda Lorizio, Giovanni La Motta, Maria Filomena Martignetti, Laura Orlando,
Erminio Panella, Dalila Savoia, Raffaele Spagnoletti, Silvia Tavino, Giuseppe Verdino   

musiche di
Giovanni Battista Pergolesi

STABAT MATER
per soli, coro, organo e  orchestra
orchestra da camera di Latina
coro di Salerno Vocal  MusiFocus
organo Franco Capozzi

direttore
Leonardo Quadrini

musiche e canti popolari a cura dei Sancto Ianne
costumi
Daniela Donatiello


ideazione e regia
Michelangelo Fetto


organizzazione e segreteria
Paola Fetto – Tecla Iervoglini
ufficio stampa
Lella Preziosi
service audio/luci
EVENT LIGHTING & SOUND
allestimento scenico
UMBERTO ROSSI
realizzazione costumi
A.U.RI.
Madre Natura… Madre Madonna è uno spettacolo che avrebbe potuto intitolarsi anche Natura Madre oppure la Natura della Madre… ma al di là dell’intestazione esso vuole costituire uno spunto di riflessione sul senso della maternità vissuto attraverso gli episodi delle scritture sacre (e non) magnificamente rappresentate in arte dai magnifici settenari di Jacopone da Todi de Il pianto della Madonna, dallo Stabat Mater di Pergolesi o dal teatro del Mistero Buffo di Dario Fo, piuttosto che dalle elaborazioni dei canti popolari ad opera dei Sanctoianne.
Ci sarà un itinerario di tipo fisico ed uno di materia più intellettuale, con gli spettatori chiamati a confrontarsi con suggestioni, note e immagini, dettate da un evento spettacolare sicuramente poco ordinario. Partendo dalla considerazione di filosofi come Durkheim che considerava la divisione fra sacro e profano come una delle strutture alla base della realtà o come Levi Strauss che considerò questa opposizione come la predisposizione più evidente a rappresentare la realtà secondo sistemi binari, la chiave di lettura che abbiamo inteso adottare come riferimento nel percorso di costruzione di Madre Natura… Madre Madonna, è stata costituita dalla contrapposizione dei concetti di sacro e profano, intesi qui non nel senso di apprezzamento, o al contrario, di dispregio verso la religione, ma legati alle forme di espressione artistica che dal medioevo ai giorni nostri hanno accompagnato la fenomenologia legata ai testi della tradizione ufficiale, ma anche a quelli cosiddetti apocrifi.
Accennavamo al carattere non ordinario dello spettacolo in allestimento, alla sua natura di evento, costruita a partire dall’ambientazione: la città di Pietrelcina, la terra del Santo; dal rilievo del numero delle persone impegnate nello sforzo che fra artisti e maestranze supera le ottanta unità; dall’assoluto livello del cast artistico che fra gli altri annovera due grandi personalità della scena italiana: Katia Ricciarelli e Marina Confalone.
Profondiamo il massimo impegno per un atto di devozione laico verso una terra, la nostra terra, la nostra Madre, la nostra Madre Natura.

Quella canaglia di Leonardo

“Quella canaglia di Leonardo” 
libero adattamento da Courteline
con
Concetta Affannoso - ELECTRA MODI’; Mario Cristoforo - BORIS MODI’; Alfredo Calicchio - LUCA BRIVALDI;
Eugenio    Delli Veneri - LEONARDO DIESIS; Antonella Manzo - CARMEN SOFIA; Vincenzo Palombino - ANDREA LIGANTE; Olga Porcaro - IRENE PALAZZESCHI; Serena    De Lucia - RAISSA MEISS; Katiuscia Romano - FEDERICA FEDERICI;
Carlotta Boccaccino - MARTINA TESTORI; Alice Guarente - ALIVE AINES; Giorgia De Lorenzo - LEILA YANT;
Celeste Mervoglino - NATALIA ADLER; Gianfranca Palma - CASSANDRA VANE’.
e con i musicisti GIUSEPPE TIMBRO, VINCENZO SAETTA E SIMMACO DELLI CURTI.

regia
Rosario Giglio in arte Antonio Mazzetti

 

I motivi di questo tipo di scelta sono essenzialmente due: il primo è di preminente natura didattica e trova spiegazione nella necessità di conoscere un tipo di teatro, il “vaudeville”, che è da considerarsi il fondamento del teatro comico moderno con i suoi tipici meccanismi di messinscena ed i suoi contenuti apparentemente leggeri ma in realtà corrosivi e critici verso la classe borghese del primo Novecento con le sue ipocrisie, il suo finto perbenismo ed il suo gretto materialismo….insomma come oggi! Il secondo motivo è quello di avere a disposizione un testo che dà una concreta possibilità di esprimersi ad un folto gruppo di giovani allievi attori (in scena sono 14) impegnati nel duplice compito di raccontare la vicenda descritta nel testo e poi di usare il testo stesso come utile pretesto per raccontare il teatro, quest’arte meravigliosa capace con i suoi meccanismi di ammaliare, incantare, divertire, indurre in tentazione e far riflettere lo spettatore coinvolgendolo nella magia della sua essenza. Un prestigioso ex direttore di Città spettacolo ebbe a pronunciare una volta una frase molto suggestiva : “finché ci sarà un uomo che racconterà delle storie e finché ce ne sarà un altro disposto ad ascoltarlo, il teatro vivrà sempre” …..non solo noi siamo d’accordo ma aggiungiamo che la straordinaria energia che questi ragazzi sapranno sprigionare con la rappresentazione di questo spettacolo in virtù del loro entusiasmo, del loro talento, della loro voglia di emergere sarà così esplosiva che nessuno potrà sottrarsi al benefico contagio irradiato dalla visione delle loro gesta.



Incubi

INCUBI
di Antonio Intorcia e Gianandrea De Antonellis

regia Antonio Intorcia

con
Flavian Basile, Selene D’Alessandro, Erica Adamo, Michaela Adamo,Viviana Altieri, Raffaele Cocca, Roberta Feoli, Maria Chiara Ferro, Giovina Guerra, Irene Izzo, Mariangela Orlando, Giovanni Paolo Parente, Gianluca Simaldone, Rossella D’Auria,
con la partecipazione di Leonardo Agrella e Assunta Maria Berruti

la Solot Compagnia Stabile di Benevento presenta, i giorni 28-29-30 giugno alle ore 21.00 presso la “Villa D’Agostino”, il Saggio spettacolo “INCUBI” scritto a due mani da Gianandrea De Antonellis e Antonio Intorcia, diretto da Antonio Intorcia e interpretato dagli allievi del primo, secondo e terzo anno di TeatroStudio il laboratorio teatrale per giovani dai 15 ai 26 anni, organizzato con la collaborazione dell’assessorato alla cultura del Comune di Benevento.
I giovani attori dopo essere stati protagonisti negli anni scorsi dei “sogni” shakesperiani, dei classici del passato, quest’anno si cimentano in uno spettacolo ispirato ai racconti di H.P. Lovecraft, scrittore di origine statunitense, maestro della narrativa fantastica.
Nei suoi racconti Lovecraft sposta l’oggetto del terrore dai diavoli, alle streghe e ai vampiri della tradizione gotica alle creature calate da altri mondi e dimensioni che aspettano di riprendere possesso del nostro universo.
Per Lovercraft la controparte terrestre di questa ribellione di demoni è rappresentata dagli Stati della Nuova Inghilterra che egli vede segnati da “antiche colpe” e “sotterranei connubi” con le entità malefiche. Stati, villaggi, piccoli centri assediati e pronti a cadere sotto la forza del fantastico. I suoi sono racconti di immaginazione: più che il brivido, il colpo di scena, quello che conta è la costruzione immaginaria, l’atmosfera onirica, gli squarci di visione in una combinazione di magia e scienza.
E cosa fare se si scopre che anche nella nostra città, in una antica e splendida villa, queste forze sono ancora  presenti, pronte per farci espiare antiche “colpe” dimenticate…?
Lo spettacolo ci condurrà nelle atmosfere “dipinte” dall’autore, proiettandoci in un luogo che sembrerà uscito da un quadro di Piranesi o di Füssli.

 

Gl'Innamorati

Gl’innamorati
Da Carlo Goldoni

16 GIUGNO 2007 - MULINO PACIFICO ORE 21.00


direzione di scena
Paola Fetto

Adattamento e regia
Antonio Intorcia
assistente alla regia
Pier Paolo Palma

segreteria Organizzativa
Antonella Micco

organizzazione generale
Michelangelo Fetto
ufficio Stampa
Lella Preziosi

Con

Katiuscia Romano, Concetta Affannoso Amicolo, Alfredo Calicchio, Mario Cristofaro, Eugenio Delli Veneri,
Antonella Manzo, Vincenzo Palombino, Olga Porcaro, Consuelo Basile, Nicoletta Carrozza, Milena Falzarano,
Cristina Fusco
Leopoldo Maio
Veronica Parlato
Filomena Russo
e con Pier Paolo Palma
Cercare dei motivi per illustrare e spiegare la scelta di un determinato testo da mettere in scena per lo spettacolo di fine anno di Teatrostudio – scuola di teatro della città di Benevento, è sempre un’impresa ardua; è ovvio che tale considerazione non si basa sul fatto di non avere delle ragioni plausibili per una tale scelta, ma, appunto, perché se ne hanno fin troppe, che affiorano in modo sparso nei periodi precedenti la scelta, in un coacervo, che, ben lungi dall’essere ordinato e consapevole, come tanti tasselli di un mosaico buttati lì, sparsi sulla scrivania, li si ritrova composti magicamente nella decisione finale. Sarebbe troppo lungo spiegare questo processo che porta all’ispirazione; molto più semplice è raccontare l’elemento finale che ha determinato e “risolto” il puzzle:
Ogni mattina, recandomi al lavoro, percorro il lungo Calore “Vittime di Nassiriya”;  lungo i muri del sottopassaggio - oltre ad alcuni discutibili murales, ormai sbiaditi dal tempo, ai soliti inneggi alla squadra del cuore - da qualche tempo, complici film generazionali con passeggiate celesti e con lucchetti con i quali incatenare la passione, compaiono scritte di promesse di amore eterno, richieste di perdono per un veniale tradimento, date che fissano la nascita del legame indissolubile, messaggi cifrati circondati da cuoricini.
Il sentimento di tenerezza che ho provato per questi giovani “Innamorati”… Ecco! Ci sono, ho trovato! Lo spettacolo di fine anno sarà tratto da Gl’Innamorati di Carlo Goldoni!
Ed ecco le motivazioni:
•1707 – 2007 terzo centenario della nascita di Carlo Goldoni;
•mettere in scena un “classico” che riuscisse allo stesso tempo ad entusiasmare i ragazzi, e che desse loro l’opportunità di cimentarsi con personaggi definiti con i quali confrontarsi;
•studio sulla commedia dell’arte e sul teatro “all’improvviso”

L’amore, con i suoi litigi, le sue scaramucce, le sue passioni, smanie, gelosie è il principale movente dell’intreccio di questa commedia… e allora, senza paura di riproporre un tema apparentemente banale, metteremo in scena una compagnia di comici dell’Arte che, arrivati nell’ennesimo villaggio, impiegano il tempo a provare, secondo i nuovi canoni del teatro comico goldoniani, lo spettacolo che terranno la sera stessa alla presenza del signorotto del luogo.

Questa commedia scritta nel 1759 possiede, al di là del suo linguaggio datato, proprio della galanteria settecentesca, un potere di rispecchiamento che non si è offuscato con il tempo; una serie di identificazioni e ritorni rende la storia sempre attuale nella quale i giovani  trovano elementi e situazioni personali…  
Goldoni scriveva: …Due persone che si amano fedelmente, dovrebbero essere felici, tanto più che io non figuro ostacoli che attraversino le loro brame, ma la pazza gelosia, che nella nostra Italia principalmente è il flagello de’ cuori amanti, intorbida il bel sereno, e fa nascere le tempeste anche in mezzo alla calma. Ne ho veduti degli esempi cogli occhi miei. Povera gioventù sconsigliata! Volersi tormentar per amore! Voler che il balsamo si converta in veleno! Pazzie, pazzie. Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’io vi presento; ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.

Pasticceria Criminale

Pasticceria criminale
testo e regia
Michelangelo Fetto


con
Michelangelo Fetto



Quando si sente nominare la parola pasticceria il cervello rimanda ai nostri sensi odori inebrianti, colori seducenti e sapori dolcissimi non di rado evocando tempi e ricordi infantili.
La pasticceria criminale del nostro spettacolo, invece, del modello citato trae soltanto una certa varietà cromatica. Non è possibile per ovvi motivi di decenza, definire il crimine e la follia un connubio felice, ma indubbiamente le cronache quotidiane raccontano di delitti perpetrati con tale efferatezza che escludere l’elemento del disturbo mentale a priori risulterebbe azzardato.
Le vicende rappresentate tra mito e realtà, immaginazione e fatti reali, lanciano uno sguardo amaro, allucinato, sorprendente e perfino sarcastico su un mondo, quello dei manicomi criminali, che esiste, sia pure con nomi diversi, ma che non si vede se non negli effetti devastanti citati riguardo le cronache quotidiane. Lo spettacolo si basa su uno studio condotto dall’autore essenzialmente su due elementi: il primo, quello della costrizione, la cui conoscenza diretta deriva da anni di frequentazione, in qualità di operatore, della casa circondariale di Benevento; l’altro dall’influenza di appassionate letture da Cechov a Cerami fra gli altri, aventi come tema l’elemento follia.

La parola ultima

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Teatro delle Forme
e
Solot  Compagnia Stabile di Benevento


presentano

La Parola Ultima
Liberamente tratto dal testo “The Rest is silence” di Miklós Hubay

Produzione 2010 – Prima nazionale
con il sostegno del Sistema Teatro Torino e con il contributo della Regione Piemonte
in collaborazione con la Fondazione Teatro Stabile di Torino
Una coproduzione Teatro delle Forme e Solot Compagnia Stabile di Benevento

Benevento
Mulino Pacifico
via Appio Claudio
5-6 settembre 2010, ore 20

nell'ambito della Trentunesima Edizione del Festival "Benevento Città Spettacolo"

drammaturgia e regia Antonio Damasco

con Laura Conti, Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia

aiuto regia Valentina Padovan
scenografie e costumi Daniela Donatiello e Alice Imperiale
direzione di scena Paola Fetto
video Antonio Messina
logistica Tecla Iervoglini e Irma Bechis
responsabile tecnico Bruno Ferreira da Veiga
Se compito del teatro è quello di parlare ai contemporanei, “La parola ultima” vuole assumersene l’intera responsabilità, proprio nel momento in cui il rito si compie. L’opera del drammaturgo ungherese Miklòs Hubay, che ha ispirato questo lavoro, ha come tema le centinaia di lingue che muoiono ogni anno nel mondo. Per noi la lingua assurge a ruolo di quella strisciante, quotidiana guerra che le “culture altre” quelle delle lingue di minoranze, delle diversità, della trasmissione orale di saperi non omologati conduce pur sapendo di non poter vincere.
"La parola ultima" - in scena a Benevento il 5-6  settembre 2010 alle ore 20 al  Mulino Pacifico,  in via Appio Claudio , nell'ambito della trentunesima edizione del Festival  "Benevento Città spettacolo 2010" - è un lavoro liberamente ispirato al dramma ungherese;  per la prima volta questa opera di Hubay - ad eccezione di un allestimento particolare in friulano -  viene rappresentata in Italia. A firmarne la regia è Antonio Damasco. In scena tre attori: Laura Conti, Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia.
Una donna, Aleluja, condannata a morte perché ultima rappresentante del proprio popolo. Nel momento in cui verrà uccisa,  quella lingua, quella memoria, quella cultura non sarà mai esistita.. Nel sotto palco di un Teatro Lirico, mentre si rappresenta il Trovatore di Verdi, si consumerà la tragedia dei “vinti” quella che nessuno potrà mai più raccontare, ma che in realtà tutti i giorni si rappresentata con arrogante normalità nelle nostre singole vite. L’adesione ormai totale e senza indignazione alla cultura dei consumi, omologa le nostre esistenze, cambiando più velocemente di quel che percepiamo il nostro rapporto collettivo. La performance mette al centro il rapporto con i mass media, con la cultura del potere e con l’incoscienza delle prigioni in cui ognuno nel suo ruolo non si accorge più di vivere.
Per il Festival "Benevento Città Spettacolo": info e prenotazioni ai numeri 0824/772443 - 0824/24700

Pecorari

Alberto Patelli e Pietro de Silva

 Ricordate Virgilio? Le Bucoliche? Melibeo e Titiro? Niente a che vedé! Avrebbe detto, alla maniera ciociara, Firmino uno dei protagonisti dello spettacolo, uno dei due pastori del titolo.
Uno spettacolo estremamente divertente ma non solo. Ambientato sui monti che non sempre e non per forza devono evocare per la vicinanza al cielo purezza di sentimenti, angioletti e cherubini.
Il testo parla della solitudine attraverso i continui litigi di due pastori - Carmelo e Firmino - alle prese con pecore, formaggi, aggressioni di lupi e, soprattutto, con se stessi.
L’insoddisfazione perpetua, il mal di vivere, l’impossibilità della comunicazione sono i temi svolti dai protagonisti attraverso vicende tragicomiche e grottesche. Una pièce, dicevamo, estremamente divertente, firmata da Pietro De Silva, un attore (da ricordare la sua interpretazione ne “ La vita è bella” al fianco di Benigni)- autore fra i più interessanti della nouvelle vague del teatro italiano.
In scena Michelangelo Fetto e Tonino Intorcia che per la preparazione dello spettacolo andranno a vivere in un capanno a Bocca della Selva, ridente località dell’entroterra beneventano, pascendosi esclusivamente, per i discorsi soliti di affezionamento al personaggio, di latte di capra e fiori di montagna.

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Tre sull'altalena

 Luigi Lunari

Luigi Lunari è uno degli autori contemporanei più prolifici e le sue commedie sono rappresentate in tutto il mondo. Tre sull’altalena è stata definita da Dario Fo un perfetta macchina comica… ma, con tutto il rispetto dovuto, l’abbiamo scelta perché ci abbiamo intravisto, oltre al meccanismo comico di sicuro impatto, qualcosa in più: la prima immagine che ci è venuta in mente leggendola alle quattro del mattino sul freddo schermo di un computer è stato l’esperimento di un noto sociologo svedese, il cui nome ci sfugge (però era biondo), che chiudeva in una scatola tre topi che, così costretti, se le davano di santa ragione… e anche di più; normalmente, in un altro ambiente, in una bella fognatura magari quei tre topi sarebbero andati d’amore e d’accordo, ma lì, in quella maledetta scatola, giocavano al massacro… e se è vero che gli esperimenti si fanno sulle cavie per poi praticarne gli effetti sugli umani questo è il motivo, un po’ contorto se volete, che ci ha indotto a questa scelta “particolare”.
Le bellissime scene di Daniela Donatiello danno il senso della precarietà dell’umano e dei rapporti che ne regolano l’esistenza attraverso un impianto raffigurante un’esplosione di luce in un contesto tenebroso e per questo misterioso e per questo inquietante.

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Animals

 Michelangelo Fetto

 C’è un mondo in difficoltà, un mondo flagellato da guerre, carestie, fame… c’è un mondo sommerso dall’immondizia.
Questo mondo martoriato abbiamo provato, attraverso ANIMALS, a guardarlo con gli occhi innocenti degli animali, i quali mostrano di avere nella realtà un senso di convivenza sociale di gran lunga superiore al nostro; nei rari posti in cui l’uomo non è arrivato (o almeno la sua presenza non è massiccia) gli animali vivono in equilibrio perfetto con madre natura e con sé stessi; nel resto del pianeta… inquinamento, sporcizia, sprechi di risorse, disboscamento progressivo, buco nell’ozono.
È dunque ANIMALS uno spettacolo che trasmette pessimismo? La risposta è no!
La storia è ricca di trovate fantasiose, colpi di scena, personaggi interessanti ed anche diver-tenti ed, in virtù di tutto questo, in grado di trattare argomenti e tematiche impegnative come la lotta per la libertà, l’uguaglianza, l’odio per ogni forma di conflitto sociale ed il rispetto per il mondo in-tero in tutte le sue forme.

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Strega

 Tullia Bartolini

Lo stereotipo della strega che è giunto fino a noi, ce la presenta come una vecchia megera solitaria e temibile, priva di affetti, parentele, amicizie, arcigna, avida e vendicativa, reclusa in un antro ove si dedica alle sue pratiche nefande. A questo si aggiunge la credenza ancora diffusa che i processi alle streghe fossero esclusivamente opera dell’Inquisizione, cioè della Chiesa, mentre in Italia come altrove, venivano processate e condannate anche da tribunali laici. Ciò sta semplicemente a significare che non solo la dottrina ecclesiastica, ma tutta quella massa di credenze, superstizioni, pregiudizi, folklore, dicerie e invenzioni accumulati nel corso del tempo fino al delirio collettivo, era perfettamente condivisa da tutta la comunità e in primo luogo dai giudici dei tribunali laici. Come è potuto accadere che in un intero continente e per di più di tre secoli si scatenasse una spietata caccia alle streghe è noto. Si tratta dell’individuazione di un capro espiatorio cui attribuire ogni colpa per tutto il male che assediava gli uomini e che placasse, con il suo sacrificio, il panico collettivo generato da fenomeni inspiegabili e terrificanti i quali rendevano precaria e insicura la vita di quei tempi. Non è certo l’unico né l’ultimo esempio di un simile meccanismo persecutorio. Se alle pestilenze, alle carestie, alle morìe di bestiame, alle avversità atmosferiche che distruggevano i raccolti, alla siccità, la Chiesa aveva organizzato risposte sotto forma di funzioni collettive propiziatorie o espiatorie, come le novene, le processioni, le benedizioni dei campi, le preghiere collettive per la pioggia, le penitenze, i digiuni, non dava risposte invece a fatti altrettanto terrificanti e inspiegabili ma individuali come le malattie, gli incidenti, le morti subitanee, l’altissima mortalità infantile. Né tantomeno ne dava ai drammi che toccavano la sfera dei rapporti e delle tribolazioni quotidiane come le violenze dei mariti maneschi, i tradimenti del coniuge, la mancanza o la sovrabbondanza di figli, i parti, gli aborti.

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