2009

Sinfonia Donna

31 GENNAIO MULINO PACIFICO Produzione : Vesuvioteatro

Co-produzione : Itinera Arte

SINFONIA DONNA Spettacolo di Teatro Danza in tre movimenti Regia Rosario Liguoro

Regia Rosario Liguoro Testo, aiuto-regia e direzione degli attori: Daniela Mancini Coreografie: Carla Amato Supporto coreografico: Marianna Vastolo Scenografie e costumi: Annalisa Ciaramella Riprese video: Diego Liguori  Servizio fotografico,montaggi video,progetto grafico: Roberto e Sergio Conturso Montaggio audio: C 33 con Carla Amato, Daniela Mancini, Laura Ferraro, Ina Colizza, Maria Consiglia Nappo, Mariangela Maione, Marianna Vastolo

Sinfonia Donna è il frutto di domande fatte al regista a sette donne, due attrici-mimo e cinque danzatrici . Le domande vertono su tre aspetti diversi della vita di donna : il silenzio nei suoi molteplici aspetti spirituali, la sensualità ed il sogno. I danzatori egli attori sono stati invitati a rispondere prima con la parola , poi con il proprio corpo e le proprie  emozioni alle tre dimensioni, effettuando un intenso viaggio verso se stessi, alla ricerca-forse di un io perduto e forse ritrovato. Il pubblico è invitato a confrontarsi con gli attori e i danzatori nella stessa ricerca interiore. La parola in movimento è stata montata anche grazie alle immagini del videoartista Enrico Greco, che ha collaborato attivamente alla messa in scena finale . Lo spettacolo è adatto a messe in scena itineranti in spazi non necessariamente teatrali. Ogni spazio sarà quindi utlizzato secondo il massimo della sua espressività . 1° movimento   Silenzio è alla base della non azione, o dell’azione senza ansia , collegata con l’equilibrio interiore, con l’ascolto di ciò che è , in maniera immanente. Silenzio è nell’attesa senza speme, nel rito adempiuto costantemente, nell’accordo sensoriale con le forze primigenie della natura. Silenzio è vuoto di sentimenti diretti a qualcuno o a qualcosa di individuabile ed è pieno di sentimento ed afflato universale. Silenzio non è angoscia, non è vuoto ma è pieno esistenziale 2° movimento   Seduzione con me, con l’altro, con l’oggetto, con il suono, con il vento, con l’acqua, col fuoco, con la terra.  Seduzione è sedurre, essere sedotti, sedurre insieme, sedurre il gruppo , essere sedotti dal gruppo sedurre il silenzio ed il vuoto Seduzione come corpo  aperto  alle sensazioni ancestrali nel movimento e nell’immobilità 3° movimento  Segreto nel sogno, segreto nell’incubo, segreto nel ricordo, segreto nella memoria rimossa, segreto nella cantina di casa, segreto nel racconto della nonna. Segreto verso lui, verso lei, verso me: autosegreto. Segreto rilevato, segreto nascosto. Segreto individuale, segreto di famiglia. Segreto di Stato. Segreto delle fiabe, segreto delle leggende.


La parola “madre”

13 FEBBRAIO MULINO PACIFICO Vesuvioteatro presenta Teatro di legno in LA PAROLA “MADRE” Libero tradimento da “Emma B. vedova Giocasta” di Alberto Savinio Contributo straordinario alla produzione nell’ambito del progetto Nuove Sensibilità 2007 Regia e drammaturgia di: Luigi Imperato e Silvana Pirone con: Danilo Agutoli, Fedele Canonico, Domenico Santo

“Tradire è forse nella tradizione, ma il tradimento non è di tutto riposo. Ho dovuto compiere un grande sforzo per tradire i miei amici: in fondo c’era la ricompensa” Jean Genet

Una notte dopo quindici anni di assenza, Emma B. incontrerà suo figlio. E’ una notte di attesa, ma anche di festa. Savinio immagina la sua protagonista sola in scena, in un monologo allucinato; noi le affianchiamo altri due personaggi i quali insieme a lei danno vita ad una danza dell’attesa e nello stesso tempo si fanno narratori-testimoni di un segreto profondo e impronunciabile: l’incesto compiuto dalla protagonista con suo figlio per sottrarlo ad una ispezione nazista. Ma la condanna dell’incesto resta sulla soglia dell’ambiguità: Emma infatti è madre, ma pare scorgere nel figlio il suo uomo, o ancora meglio il suo complemento, l’essere umano da lei generato e che solo può renderle il sesso mai posseduto, e la non-schiavitù legata a quel sesso. Delusa da una prima figlia perché femmina e condannata a passare da un padrone all’altro (padre, madre, marito), sembra pronta a voler portare a se definitivamente quel figlio maschio, il quale ha per troppo tempo cercato in altre donne la felicità e fatto fatica a “pronunciare la parola “madre” fuori da certi significati”. Il nostro allestimento esplora questo mondo materno attraverso tre attori uomini che recitano donne. La negazione del ruolo della femminilità viene pronunciato da voci maschili che tentano di invertire il proprio sesso, proprio come Emma la quale, inoltre, ai nostri occhi inutilmente tenta di ridefinire lo statuto di madre. Emma sembra fare i conti con una realtà desolante che non accoglie le sue non-urla, e cerca di sfuggirne attraverso quello che ritiene il suo atto più potente: la messa al mondo di un uomo, maschio. La realtà di questo uomo e di quello che per lei ha significato e significa (compreso il peccato come affermazione) sembra in ogni momento labile e prossima più ad un fantasma che ad una persona. Il suo mondo pare una messa in scena rituale dell’attesa materna al fine di evadere da una mortifera solitudine.

Luigi Imperato e Silvana Pirone

Fug è la parola con la quale nel 1948 Norman Mailer, eroe della beat generation, beffò la censura: Fug al posto di Fuck nel romanzo Il Nudo e il Morto e la censura è fottuta. E fu copiando Mailer che Tuli Kupferberg decise il nome, quando, il vicino di casa Ed Sanders, gli propose di mettere su una body-rock singing group. Si scrive Fugs, ma si legge Fucks! Con Bob Dylan a dire che stavano facendo la storia del rock e Frank Zappa a chiamarli maestri ispiratori, i Fugs ebbero il loro quarto d’ora di gloria fra la fine del 1965 e l’autunno del 1969, gloria che culminò col faccione del leader Ed Sanders sulla copertina patinata di Life: UN LEADER DELLA CONTRO-CULTURA AMERICANA, recitava il titolo. Alla testa d’una manifestazione contro la guerra in Vietnam alle porte del Pentagono, gli era balenata l’idea d’inserire delle margherite nei fucili delle sentinelle. Il gesto, clamoroso, travalicò i confini dell’America arrivando fino ai margini più remoti dell’Impero. Guerriglieri rock, giullari del non sense, i Fugs fondevano, nel tumulto delle loro esibizioni, riti dionisiaci e vaudeville politico, dada e poesia beat, in un crescendo che poteva degenerare in happening selvaggio, pornografico, filo-comunista. I loro show rivoluzionavano totalmente i canoni dell’esecuzione e dell’ascolto, la musica non era il messaggio ma lo strumento, una clava che questi efferati yeti musicali abbattevano gioiosamente sull’establishment. La musica dei Fugs è quindi incollocabile, inascoltabile, se non la s’inquadra nel Movimento di Protesta che ha attraversato gli Stati Uniti negli anni ’60 del secolo scorso. Un movimento composito, variegato, e tutto orientato all’attacco dell’American Way of Life. Un peso importante, nell’ambito del Movimento, fu svolto dagl’hippies. Dei capelloni strafatti, vestiti da carnevale, che parlano in modo ridicolo: questo il cliché che l’establishment – vendicativo – ha imposto loro. Ma se c’è stato un momento in cui il capitalismo, in America, ha sudato freddo, è stato proprio sotto l’attacco gioioso degl’hippies e quello, più incazzato, dell’ala politica del Movimento, gli yippies. Discepoli di Ginsberg, epigoni della beat generation, i Fugs sono il vivido esempio d’una contro- cultura che ha dato finalmente ai giovani dignità di soggetto politico. Un soggetto politico autentico. Ambizioso. Che oppone i propri valori, a quelli imperanti. Convinto di poter cambiare il mondo. Un dj che si dimena fra piatti e puntine tirando fuori da vecchi vinile la musica selvaggia dei Fugs. Un oratore rock che ne evoca le gesta rocambolesche in un collage di foto, poster e slogan. Sullo sfondo, l’America turbolenta dei sixties. Nato da un programma radiofonico realizzato per il ciclo Storyville di RadioTre, Fugs generation è uno spettacolo sui generis, che tratta il teatro da fumosa cantina underground; un racconto rock pronto a misurarsi anche con club, locali e spazi all’aperto.

Antonio Marfella è nato a Napoli. Si laurea in scienze politiche e si diploma alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano approfondendo la formazione teatrale con Antonio Fava, Marco Baliani, Leo de Berardinis. Dal 1995 al 1998 è socio fondatore della cooperativa teatrale Libera Scena diretta da Renato Carpentieri. Nel 1995 fonda la compagnia Rossotiziano, inserita tra le 5 giovani compagnie di interesse nazionale, con cui scrive, dirige e interpreta gli spettacoli Arpa Muta, Variazioni Majorana, Otello, Gli apprendisti stregoni, L’America contro Julius Robert Oppenheimer. Nel 1996 Rossotiziano vince il premio ETI vetrine, ottiene la segnalazione ufficiale della giuria del Premio Scenario nel 1997 e nel 2000 ottiene il riconoscimento ministeriale di compagnia di ricerca e innovazione. E’ autore e regista degli spettacoli La sala dei calci in culo, presentato alla rassegna Museum 2006, e Nella solitudine dei campi di pallone. Come attore è stato diretto da Gigi Dall’ Aglio (Lilion di F. Molnar), Renato Carpentieri (Natura morta da Karl Marx, Don Fausto di A. Petito), Toni Servillo (Tartufo di Molière, Sabato, domenica e lunedì di E. De Filippo), Claudio Di Palma (Io sono Crispi). Al cinema ha lavorato con Paolo Sorrentino nel film L’uomo in più con Toni Servillo e ha preso parte a numerose fiction televisive tra cui Crimini, Il maestro di strada. Per RadioTre ha partecipato a La storia della mia vita di G. Casanova per la regia di Luca De Fusco e per il programma Storyville di Radiotre ha scritto, diretto e interpretato Fugs generation.


La Sala del labirinto

23 MARZO MULINO PACIFICO

LA SALA DEL LABIRINTO da Daniel Keyes, Fiori per Algernon drammaturgia di Giuliano Longone la_sala_del_labirinto1.jpg con Lello Serao Alessia Sirano assistente alla regia Giammarco Serao installazione Daniele Signoriello, Maria Di Nuzzo costumi Annamaria Morelli regia Lello Serao

Fiori per Algernon, scritto dall’americano Daniel Keyes nel 1966, è ormai un classico della letteratura in lingua inglese del XX secolo. Il romanzo narra la storia di Charlie Gordon, un inserviente ritardato. Charlie è cosciente di non essere intelligente quanto gli altri ma sogna di diventarlo, diventa così la prima cavia umana dell’operazione ideata dai professori Nemur e Strauss, che hanno già triplicato l’intelligenza di un topo di nome Algernon. Charlie, dopo l’operazione diventa un genio e alla fine supera persino i professori che l’hanno operato, ma questo gli farà fare una drammatica scoperta sul proprio destino e su quello del topo bianco Algernon. La storia è narrata in prima persona da Charlie nei suoi diari. I primi resoconti sono pieni di errori di grammatica ed esprimono una visione del mondo molto ingenua. La grammatica e la comprensione del mondo di Charlie migliorano di pari passo in una parabola che è poi la trama stessa della drammaturgia. Al di là dell’idea fantascientifica di base, Fiori per Algernon tocca molti temi riguardanti il ruolo dell’intelligenza e della cultura nella vita. Argomento centrale è il ruolo dell’intelligenza nei rapporti tra le persone, e gli ostacoli alla comunicazione incontrati da chi ha un intelletto fuori dal comune: il genio allontana dagli altri quanto l’idiozia, e non è detto che la seconda opzione sia la peggiore. Ma l’intelligenza improvvisa fa scoprire a Charlie anche la vera natura del mondo che lo ha circondato e che prima viveva inconsapevolmente: una madre violenta e ossessionata dalla “diversità” di suo figlio, un padre rassegnato, una sorella minore che lo detesta perché il fratello ritardato le complica la vita. Attraverso Charlie, l’autore ci fa notare che tutte le forme di cultura mostrano un’unità di fondo, ma molte persone – anche molti “esperti” – hanno un sapere ristretto e limitato al loro settore di competenza, ed hanno paura che gli altri scoprano le loro lacune. Mentre studia il regresso di Algernon, Charlie si accorge che, grazie alla sua cultura enciclopedica, è capace di fare collegamenti con tutti i campi della conoscenza, e ciò lo aiuta enormemente nella sua ricerca.


Va dove ti porta il cuore

28 MARZO TEATRO COMUNALE va_dove_ti_porta_il_cuore.jpg EMMEVU TEATRO COMPAGNIA MARINA MALFATTI MARIO CHIOCCHIO presentano

MARINA MALFATTI in VÀ DOVE TI PORTA IL CUORE dal romanzo di SUSANNA TAMARO riduzione teatrale di Roberta Mazzoni-Susanna Tamaro-Emanuela Giordano con Agnese Nano e Carolina Levi assistente alla regia Giammarco Serao installazione Daniele Signoriello, Maria Di Nuzzo scene Andrea Nelson Cecchini aiuto regista luci Luna Manca Gigi Ascione regia Emanuela Giordano Olga e la figlia non si sono mai guardate negli occhi, non si sono mai parlate, le regole della buona educazione non sono bastate, non hanno funzionato. Olga non è stata amata dalla madre e non ha saputo amare la figlia. Vecchia, sola, confusa stila per la nipote una cronaca quotidiana di pensieri, di confessioni per liberarsi di un peso, ma soprattutto per profondere finalmente amore. Olga trasmette l’apparenza delle grandi signore di una dinastia padrona, la sottile eleganza che sorregge il nulla, ibernate da percorsi precostituiti ma interiormente in conflitto, in disarmo. L’amore per un uomo risveglia la voglia di vivere ma, la sua morte annulla ogni sforzo, ogni capacità. L’ammissione della sconfitta arriva in ultimo, dopo aver tanto visto, aver tanto vissuto, è una ammissione che la umanizza e la riscatta. Ilaria non è cresciuta, ha seguito il vento per cercare conferme e soluzioni sbrigative. Ilaria è la tempesta, l’eterno lacerante conflitto generazionale, enfatizzati dalla “grande festa” degli anni settanta, dove tutto sembrava a portata di mano, anche la verità. Marta raccoglie la semina. Orfana di tutti, sola, in una casa povera di ricordi, cerca le forze e il senso per andare avanti, grazie alla lettura del “testamento” spirituale che la nonna le ha lasciato.


Festa di Primavera

18 APRILE MULINO PACIFICO

FESTA DI PRIMAVERA veglia2003_copia.jpg

‘Per annegare il rancore e cullare l’indolenza di tutti i vecchi maledetti che muoiono in silenzio Dio, nel rimorso, aveva creato il sonno; l’Uomo vi aggiunse il Vino, sacro figlio del Sole!”. (Baudelaire, da “Le vin des chiffoniers”) Festa di primavera, festa del vino. Teatro, musiche, danze e libagioni all’insegna e nell’esaltazione del nettare degli dei. Nell’ambito della festa ci sarà lo spettacolo “Veglia d’amore e divino”. Naturalmente nel corso della serata verrà offerto a coloro che giungeranno al Mulino Pacifico guidando la macchina (e solo a loro!) del vino a bassa gradazione alcolica.

VEGLIA DAMORE E DIVINO Storia di una vigna Ideazione e regia Antonio Damasco Con Antonio Damasco, Paola Bertello, Lucia Cervo Musiche Gerardo Cardinale, Valerio Mosso, Oreste Garello Produzione Teatro delle Forme La rappresentazione è tracciata su un canovaccio creato da una ricerca documentale e storica sulle tradizioni contadine, sulle tracce di generazioni legate al lavoro della terra ed alla produzione del vino. Muta però ogni sera nell’interazione col pubblico, direttamente coinvolto attraverso canti, poesie e brindisi. Veglia dAmore e diVino annata2003 ripercorre queste tradizioni attraverso cent’anni di vita, dal 1889 al 1989, della famiglia Frattini, produttori di vino. Cento anni che hanno visto succedersi cinque generazioni e, in parallelo, una storia densa di avvenimenti sul piano storico e sociale.