Figli della Città di K.
Venerdì 04 Marzo 2011 16:58
Scritto da paola
FIGLI DELLA CITTA’ DI K.
I. IL GRANDE QUADERNO liberamente tratto dal romanzo di Agota Kristof
Il grande quaderno-Trilogia della città di K.
drammaturgia Vincenzo Manna
regia Daniele Muratore
con
Roberto Salemi – Il padre, La nonna
Cristina Gardumi – La mamma, L’infermiera, Labbro leporino
Davide Maria Giordano – L.
Lucas Waldem Zanforlini – K.
scene Bruno Buonincontri
costumi Sara Costarelli
disegno luci Camilla Piccioni
musiche Acustimantico
disegno grafico e locandina Emanuele Becagli
collaborazione all’allestimento Lucia Radicchi e Federico Brugnone
foto Tommaso Le Pera
ufficio stampa Margherita Fusi
sarta di scena Laura Rhi Sausi
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Lo spettacolo ha debuttato il 24 Febbraio 2010 al Teatro Studio E. Duse di Via Vittoria a Roma
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C’era una volta un bambino.
C’era una volta un fratello gemello.
C’era una volta una famiglia.
La Trilogia della città di K.- Il grande quaderno.
Una favola nera.
Che ferisce il senso del pudore e tocca il lato più oscuro della verità.
L’unico modo per sopravvivere è sognare, scrivere, inventare.
Nel mezzo di una grande guerra in un non specificato paese.
Due bambini alla scoperta della vita in un luogo di morte.
Nel mezzo di una grande guerra, in un non specificato paese.
Un bambino ferito, un eroe, in un luogo dove tutto si ferma.
Due tragedie. Due vite che lentamente si confondono.
Diventano una, forse due. Forse.
Agli occhi di un bambino ogni volto, ogni corpo, racconta tante storie.
Cos’è la realtà?
Cos’è la finzione?
Cos’è la vita?
Cos’è un sogno?
Cos’è un incubo?
La Trilogia della città di K.- Il grande quaderno.
Dove tutto può essere il contrario di tutto.
Daniele Muratore
La trilogia è un romanzo straordinariamente complesso, ricco di spunti narrativi e tematici, di pretesti teatrali e di suggestioni visive. Credo che riesca a sondare in profondità problematiche e confini dell’identità umana come pochi altri lavori degli ultimi decenni.
E’ un romanzo che mi ha costretto innanzitutto a fare delle scelte, come per assecondare un’esigenza di graduale avvicinamento, sia al libro che ai conflitti esistenziali dei protagonisti. Quindi “Il grande quaderno”, il primo romanzo della trilogia, quello dedicato all’infanzia di Lukas e Klaus: due fratelli gemelli? La stessa persona? (L’equivoco è alla radice, fin dai loro nomi che sono uno l’anagramma dell’altro). Ho preferito semplicemente considerarli come due bambini che scelgono consapevolmente di vivere in un contesto assolutamente ostile, dominato dalla guerra e dall’avidità, dalla violenza e dalla mancanza, dalla paura e dalla solitudine, un contesto che, privato di ogni connotazione storica, esplode in tutto il suo valore universale. Proprio il percorso che li porta a questa scelta è il centro del testo.
Lukas e Klaus alla fine, scelgono di essere uomini. Ma a quale prezzo? A quali condizioni? E soprattutto: perché?
La scelta più dolorosa è la separazione. Ma, se si legge tra le righe, questa separazione perde ogni valore negativo e diventa invece la matrice di ogni passo futuro: Lukas e Klaus, si separano per cercarsi, come se per cercare scelgano di condannarsi ad una ossessiva ricerca l’uno dell’altro, come se avessero voluto dare un indirizzo netto, una motivazione alla propria vita, al di là di ogni contingenza e quotidianità.
Come a dire che la cifra dominante della loro esistenza e dell’esistenza di ognuno di noi non può che essere un continuo e costante avvicinamento o allontanamento dell’altra parte di noi stessi, a cui abbiamo per forza rinunciato nel momento in cui abbiamo deciso di vivere.