La parola "madre"
Lunedì 10 Novembre 2008 11:21
Scritto da paola
13 FEBBRAIO
MULINO PACIFICO
Vesuvioteatro
presenta
Teatro di legno
in
LA PAROLA "MADRE"
Libero tradimento da “Emma B. vedova Giocasta” di Alberto Savinio
Contributo straordinario alla produzione nell'ambito del progetto Nuove Sensibilità 2007
Regia e drammaturgia di: Luigi Imperato e Silvana Pirone
con: Danilo Agutoli, Fedele Canonico, Domenico Santo
"Tradire è forse nella tradizione, ma il tradimento non è di tutto riposo.
Ho dovuto compiere un grande sforzo per tradire i miei amici: in fondo c’era la ricompensa"
Jean Genet
Una notte dopo quindici anni di assenza, Emma B. incontrerà suo figlio. E’ una notte di attesa, ma anche di festa. Savinio immagina la sua protagonista sola in scena, in un monologo allucinato; noi le affianchiamo altri due personaggi i quali insieme a lei danno vita ad una danza dell’attesa e nello stesso tempo si fanno narratori-testimoni di un segreto profondo e impronunciabile: l’incesto compiuto dalla protagonista con suo figlio per sottrarlo ad una ispezione nazista. Ma la condanna dell’incesto resta sulla soglia dell’ambiguità: Emma infatti è madre, ma pare scorgere nel figlio il suo uomo, o ancora meglio il suo complemento, l’essere umano da lei generato e che solo può renderle il sesso mai posseduto, e la non-schiavitù legata a quel sesso. Delusa da una prima figlia perché femmina e condannata a passare da un padrone all’altro (padre, madre, marito), sembra pronta a voler portare a se definitivamente quel figlio maschio, il quale ha per troppo tempo cercato in altre donne la felicità e fatto fatica a “pronunciare la parola “madre” fuori da certi significati”.
Il nostro allestimento esplora questo mondo materno attraverso tre attori uomini che recitano donne. La negazione del ruolo della femminilità viene pronunciato da voci maschili che tentano di invertire il proprio sesso, proprio come Emma la quale, inoltre, ai nostri occhi inutilmente tenta di ridefinire lo statuto di madre.
Emma sembra fare i conti con una realtà desolante che non accoglie le sue non-urla, e cerca di sfuggirne attraverso quello che ritiene il suo atto più potente: la messa al mondo di un uomo, maschio. La realtà di questo uomo e di quello che per lei ha significato e significa (compreso il peccato come affermazione) sembra in ogni momento labile e prossima più ad un fantasma che ad una persona. Il suo mondo pare una messa in scena rituale dell’attesa materna al fine di evadere da una mortifera solitudine.
Luigi Imperato e Silvana Pirone
Fug è la parola con la quale nel 1948 Norman Mailer, eroe della beat generation, beffò la censura: Fug al posto di Fuck nel romanzo Il Nudo e il Morto e la censura è fottuta. E fu copiando Mailer che Tuli Kupferberg decise il nome, quando, il vicino di casa Ed Sanders, gli propose di mettere su una body-rock singing group. Si scrive Fugs, ma si legge Fucks! Con Bob Dylan a dire che stavano facendo la storia del rock e Frank Zappa a chiamarli maestri ispiratori, i Fugs ebbero il loro quarto d'ora di gloria fra la fine del 1965 e l'autunno del 1969, gloria che culminò col faccione del leader Ed Sanders sulla copertina patinata di Life: UN LEADER DELLA CONTRO-CULTURA AMERICANA, recitava il titolo. Alla testa d'una manifestazione contro la guerra in Vietnam alle porte del Pentagono, gli era balenata l'idea d'inserire delle margherite nei fucili delle sentinelle. Il gesto, clamoroso, travalicò i confini dell’America arrivando fino ai margini più remoti dell’Impero. Guerriglieri rock, giullari del non sense, i Fugs fondevano, nel tumulto delle loro esibizioni, riti dionisiaci e vaudeville politico, dada e poesia beat, in un crescendo che poteva degenerare in happening selvaggio, pornografico, filo-comunista. I loro show rivoluzionavano totalmente i canoni dell’esecuzione e dell’ascolto, la musica non era il messaggio ma lo strumento, una clava che questi efferati yeti musicali abbattevano gioiosamente sull’establishment. La musica dei Fugs è quindi incollocabile, inascoltabile, se non la s’inquadra nel Movimento di Protesta che ha attraversato gli Stati Uniti negli anni ’60 del secolo scorso. Un movimento composito, variegato, e tutto orientato all’attacco dell’American Way of Life.
Un peso importante, nell’ambito del Movimento, fu svolto dagl’hippies. Dei capelloni strafatti, vestiti da carnevale, che parlano in modo ridicolo: questo il cliché che l’establishment – vendicativo – ha imposto loro. Ma se c’è stato un momento in cui il capitalismo, in America, ha sudato freddo, è stato proprio sotto l’attacco gioioso degl’hippies e quello, più incazzato, dell’ala politica del Movimento, gli yippies. Discepoli di Ginsberg, epigoni della beat generation, i Fugs sono il vivido esempio d’una contro- cultura che ha dato finalmente ai giovani dignità di soggetto politico. Un soggetto politico autentico. Ambizioso. Che oppone i propri valori, a quelli imperanti. Convinto di poter cambiare il mondo. Un dj che si dimena fra piatti e puntine tirando fuori da vecchi vinile la musica selvaggia dei Fugs. Un oratore rock che ne evoca le gesta rocambolesche in un collage di foto, poster e slogan. Sullo sfondo, l’America turbolenta dei sixties. Nato da un programma radiofonico realizzato per il ciclo Storyville di RadioTre, Fugs generation è uno spettacolo sui generis, che tratta il teatro da fumosa cantina underground; un racconto rock pronto a misurarsi anche con club, locali e spazi all’aperto.
Antonio Marfella è nato a Napoli. Si laurea in scienze politiche e si diploma alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano approfondendo la formazione teatrale con Antonio Fava, Marco Baliani, Leo de Berardinis. Dal 1995 al 1998 è socio fondatore della cooperativa teatrale Libera Scena diretta da Renato Carpentieri. Nel 1995 fonda la compagnia Rossotiziano, inserita tra le 5 giovani compagnie di interesse nazionale, con cui scrive, dirige e interpreta gli spettacoli Arpa Muta, Variazioni Majorana, Otello, Gli apprendisti stregoni, L’America contro Julius Robert Oppenheimer. Nel 1996 Rossotiziano vince il premio ETI vetrine, ottiene la segnalazione ufficiale della giuria del Premio Scenario nel 1997 e nel 2000 ottiene il riconoscimento ministeriale di compagnia di ricerca e innovazione. E’ autore e regista degli spettacoli La sala dei calci in culo, presentato alla rassegna Museum 2006, e Nella solitudine dei campi di pallone. Come attore è stato diretto da Gigi Dall’ Aglio (Lilion di F. Molnar), Renato Carpentieri (Natura morta da Karl Marx, Don Fausto di A. Petito), Toni Servillo (Tartufo di Molière, Sabato, domenica e lunedì di E. De Filippo), Claudio Di Palma (Io sono Crispi).
Al cinema ha lavorato con Paolo Sorrentino nel film L’uomo in più con Toni Servillo e ha preso parte a numerose fiction televisive tra cui Crimini, Il maestro di strada. Per RadioTre ha partecipato a La storia della mia vita di G. Casanova per la regia di Luca De Fusco e per il programma Storyville di Radiotre ha scritto, diretto e interpretato Fugs generation.