Obiettivo T

Obiettivo T Stagione teatrale 2016/2017

Direzione artistica e organizzativa Michelangelo Fetto, Antonio Intorcia e Daniele Muratore

Amministrazione Paola Fetto

Segreteria Riccardo Intorcia

Responsabile attività promozionali Celeste Mervoglino

Gli spettacoli si svolgeranno al Mulino Pacifico di via Appio Claudio – Benevento Biglietteria a partire dalle ore 18.00 del giorno dello spettacolo Biglietti: Intero €. 10,00 Ridotti studenti €. 7,00 Per info e prenotazioni: 0824 47037 info@solot.it

     

Costellazioni

11 novembre 2016 20,30

Una produzione KHORATeatro Regia Silvio Peroni Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta Con Aurora Peres e Jacopo Venturiero

C’è una teoria della fisica quantistica che sostiene che esista un numero infinito di universi: tutto quello che può accadere, accade da qualche altra parte e per ogni scelta che si prende, ci sono mille altri mondi in cui si è scelto in un modo differente. Nick Payne prende questa teoria e la applica a un rapporto di coppia.

Roland è un tipo alla mano, che si guadagna da vivere facendo l’apicoltore. Marianne è una donna intelligente e spiritosa che lavora all’Università nel campo della cosmologia quantistica.

Costellazioni parla della relazione uomo-donna, ispirandosi alle idee della teoria del caos. Il testo esplora le infinite possibilità degli universi paralleli: si tratta di una danza giocata in frammenti di tempo. In questa danza la più sottile delle sfumature può drasticamente cambiare una scena, una vita, il futuro.

Assolutamente divertente, ma disperatamente triste: è proprio il suo dinamismo intellettuale ed emotivo a rendere il testo unico e travolgente.

“L’Affaire Picpus”

4 dicembre 2016 20,30

Liberamente ispirato al racconto: il Naso di N. Gogol Di Enrico Bonavera e Christian Zecca Luci e fonica: Pietro Striano La marionetta è di: Daniele De Bernardi Maschere: Cesare Guidotti Scene e costumi: ZEBO, Neva Viale Progetto grafico: Francesco Lepore Organizzazione: Andrea Scarel Regia: Christian Zecca Con Enrico Bonavera

“L’ AFFAIRE PICPUS” è il frutto dell’ incontro artistico tra Christian Zecca ed Enrico Bonavera. La storia di Picpus è quella di un uomo mediocre, in qualche modo sconosciuto, il cui naso sparisce e non intende tornare, nonostante egli si prodighi in ricerche affannose e tentativi di riconciliazione. Quel naso, che ha acquistato vita propria, si afferma nel mondo con tutte quelle qualità di cui Picpus è privo o di cui dentro di sé aveva sempre rimosso l’esistenza. Il Naso, in preda ad una costante e imbarazzante euforia, darà la scalata al potere, andrà alla conquista del mondo intero, come una entità /idea pensiero, che una volta creata condiziona la vita stessa delle persone, che non hanno a quel punto altra possibilità che venirne implicati. Una scelta determinante per la ‘macchina teatrale’ è stata quella di non mettere in scena il protagonista della storia, ma fare dei personaggi che girano intorno a lui, i veri protagonisti, accompagnati, nel loro manifestarsi, da un Narratore dalla ambigua identità. Comicità e delirio vanno a costituire uno spettacolo di un’ ora un quarto, in cui Bonavera si cimenta in 13 diversi personaggi con altrettanti nasi, in un tourbillon di esilaranti quanto inquietanti caratterizzazioni, scivolando con leggerezza sul filo rosso di una follia che porta ad un finale escatologico e a sorpresa.

Cantami, O Diva… Storia di famiglia, onore e tracotanza

6 gennaio 2017 20,30

Elaborazioni Musicali di Mariano Bellopede Scene e costumi Annalisa Ciaramella Disegno audio Fiorentino Carpentieri Disegno luci Giuseppe Notaro Aiuto regia Rossella Amato Organizzazione e distribuzione Gianluca Corcione Amministrazione e consulenza Beatrice Baino Foto di scena Tiziana Mastropasqua Scritto e diretto da Carmine Borrino, con Marianna Mercurio, Carmine Borrino, Rosario D’Angelo e Giusy Freccia

Lo spettacolo è una riscrittura dell’ Orestea di Eschilo, che, partendo da un fatto di cronaca, arriva e porta in superficie, nessi e connessi tra la cronaca dei nostri giorni e il mito degli Atridi, per una messa in scena incentrata sull’intenzione estetica che da quattro anni Borrino prova a perseguire (presente in altri due precedenti lavori – intercity Plus/ Core spezzato), che si basa sull’esperienza della forma sceneggiata, tentando un superamento formale del genere, riproponendolo in chiave più contemporanea. Un triangolo- paradigma di un isso/a, essa/o e ‘a/’o malament’, sfruttando la composizione drammatica, una canzone che sia cellula drammaturgica ( la canzone ‘e ppentite di L.Bovio), il feticcio che diventa metateatro, ma principalmente i tre punti fondamentali su cui si basa la sceneggiata, ma anche la tragedia eschilea: tre punti significativi che sono i pilastri, le fondamenta della sua rielaborazione, per una drammaturgia a tre strati (riferimento classico, cronaca contemporanea, messa in scena) tre punti nevralgici per tre snodi comuni che sono: Hybris ( camurrìa), Ghènos (famiglia), Timè (onore).

TIERGARTENSTRASSE 4 – Un giardino per Ofelia

26 gennaio 2017

“Premio Attilio Corsini” TEATRO VITTORIA ROMA – Giugno 2009 “Premio Universo Teatro” BENEVENTO – Ottobre 2009

Una produzione KHORAteatro Di Pietro Floridia Regia Daniele Muratore Con Barbara Giordano, Serena Ottardo, Marco Polizzi (al contrabbasso) Scene Bruno Buonincontri Costumi Sara Costarelli aiuto regia Lucia Radicchi foto e video Mario D’Angelo Traduzione Serenella Martufi

Un carretto e una sedia, un album fotografico, un secchio con la terra, un altro secchio con due bicchieri, un contrabbasso e le musiche di Edith Piaff. Da qui siamo partiti per raccontare il dolce incontro tra Ofelia, una giovane disabile mentale che vive coltivando fiori nell’assoluta innocenza di un rapporto di verità col mondo, e Gertrud, un’infermiera nazista mandata a verificare le condizioni di Ofelia. Il compito di Gertrud è sottoporre Ofelia al “Programma T4”, il cosiddetto “Olocausto minore” che prevedeva l’eliminazione dei disabili come vite “indegne di essere vissute”. Tutto questo espresso in un duplice registro: i ricordi di Gertrud dopo la fine della guerra e le vicende precedenti che scandiscono i momenti della storia.

io ovvero come sopravvivere all’epoca del narcisismo

10 febbraio 2017

Di Francesco Giorda e Roberto Tarasco Regia e allestimento Roberto Tarasco

Andrà tutto bene. Come un volo aereo. Decollo, crociera e atterraggio. Un bel respiro profondo e quando ti risveglierai sarà tutto finito. “Ma ho paura. E se poi non mi sveglio? Tutti hanno paura dell’anestesia totale. E cosa faccio la notte prima, mica dormo. Sarebbe come andare al ristorante prima di un pranzo di nozze. IO penso. IO mi faccio uno spettacolo, ma giusto per me. IO sono lo spettatore per cui scrivo lo spettacolo di cui IO sono il protagonista. Una sintesi che riconduce il punto di vista dello spettatore e dell’artista ad uno spettacolo pienamente soddisfacente per entrambi: IO.

“One-man-show di natura commista, che nasconde sottotesti toccanti nell’apparente levità, nel divertimento per nulla innocuo. C’è sempre da ridere con Francesco Giorda […] Ma tutto ha una misura, tout se tient, ed il gioco a cui l’attore fa partecipare i suoi interlocutori è molto serio. Io inizia e quasi finisce lì dove si barcamenano fiducia e dubbio, in cui il confine tra coscienza ed incoscienza e dunque anche di fine della coscienza, è labile. C’è la paura, ce n’è molta.” Maura Sesia, 2/2015, sipario.it

UNALAMPA Un’invettiva di Roberto Azzurro Tutto ciò che in qualsiasi altra città del mondo è ordinario a Napoli è straordinario. E naturalmente viceversa.

24 febbraio 2017

Una produzione ASSOCIAZIONE CULTURALE ORTENSIA T Scritto, Diretto e Interpretato da ROBERTO AZZURRO

Il verbo inveire deriva ovviamente dalla parola invettiva, che dal latino “invechi” significa appunto scagliarsi contro. L’invettiva è una figura retorica. Si tratta di una frase, un discorso violento contro qualcuno o qualcosa. Invettiva è una frase o discorso irruento diretto ad accusare o a oltraggiare qualcuno o qualcosa, a denunciare fatti o situazioni che sono o si ritengono deplorevoli. Io sono napoletano, per cui posso permettermi di dire qualsiasi cosa su Napoli e sui napoletani, insomma la responsabilità e mia, soltanto mia e le mie parole ricadono anche su di me, inevitabilmente. Per molto tempo ho inseguito l’idea che soltanto uno scandalo può far sì che qualcuno si accorga di noi – sempreché abbiamo qualcosa di interessante e di irrinunciabile da mostrare –, si accorga di noi in termini eclatanti e profondi: bisogna fare uno scandalo, di qualsiasi tipo, ma uno scandalo. Per cui, per molto tempo ho inseguito l’idea di farlo, questo scandalo. Poi, una bella mattina mi sono detto: lo scandalo non devo farlo io, lo scandalo esiste già: e si chiama Napoli. Anche la miccia, utile e perfetta a innescare il turbine, era pronta già, ed è ciò che mi capita continuamente durante il giorno, mentre sono in auto nel traffico, o dal giornalaio, o in fila alla posta, o al tabacchi per comprare un biglietto per l’autobus. Per meglio dire, dalla reazione che io ho in seguito a quello che mi capita. Ecco, il verbo che indica questo mio comportamento/atteggiamento è questo: inveire; la cui definizione è: lanciarsi, avventarsi con furore verbale contro qualcuno o qualcosa, investendolo con invettive, con rabbiose accuse giustificate o meno, parole di fuoco, oppure aggredendolo con vituperi, con parole violente e offese terribili. Ci sono illustri predecessori che hanno al loro attivo prestigiose invettive, mi perdonino se mi infilo in punta di piedi in un elenco di grande rilevanza, ma è irrinunciabile: è frutto di un giuramento, fatto una volta mentre ero imbottigliato nel traffico, a un incrocio, dove sono rimasto per circa un’ora e mezza – e non a Zurigo, chiaramente, ma a Napoli. È stato allora che, mentre con i finestrini serrati – non ero ancora pronto allora per lo scandalo, e allo stesso tempo non volevo rischiare di essere linciato da qualche cittadino napoletano – sono, questi, sempre pronti a difendersi cominciando ad annoiarci con le solite frasi del tipo “Napoli è la città più bella del mondo” che sembra voler intendere: possiamo fare tutto tanto siamo i più belli e la nostra città è la più bella, atteggiamento che io non esiterei a definire comportamento di stampo e mentalità camorristici, ecco –, per cui da napoletano io rispondo: ettiritittittì! Questa invettiva è divisa in sette canti. Sette urli, sette dolori, sette anche comici sberleffi. Insomma sette momenti di rabbiosa riflessione anche, punteggiati da musicalità note, da memorie imprescindibili di una napoletanità onorata ma ormai vecchia e stantia, che si crogiola e annega in una oleografia ormai soltanto nociva e deleteria. Centrale, poi, è il terzo canto, in cui convergono tutte le parole e i versi dei grandi scrittori che hanno fatto viaggiare Napoli nel mondo attraverso le loro opere di volta in volta teatrali, letterarie, poetiche e meravigliosamente musicali. Per finire nell’incendio/incubo/sogno, nell’auspicato martirio di liberazione, tra le lacrime e il comico sberleffo che ritorna imprescindibile.

Gl’ innamorati

11 marzo 2017

da Carlo Goldoni Una produzione Solot Compagnia Stabile di Benevento Regia Antonio Intorcia

Premio come “Miglior spettacolo” e “Migliore interpretazione femminile” al Festival Internazionale di Teatro Universitario di Vilnius (Lituania).

Nella Milano del XVIII secolo, Eugenia Ridolfi, erede di una famiglia in rovina, frequenta da un anno il giovane e ricco Fulgenzio. I due ragazzi sono innamoratissimi l’uno dell’altra ma la relazione è tormentata, a causa dell’impulsività di lui e, soprattutto, della gelosia di lei; per esempio Eugenia non sopporta che Fulgenzio frequenti la cognata Clorinda, sebbene vi sia costretto dall’assenza del fratello che si trova a Genova per affari. I due così si dividono spesso, ma altrettanto spesso ritornano assieme. Nel frattempo, il conte Roberto d’Otricoli, innamorato di Eugenia, giunge a Milano e fa visita alla famiglia Ridolfi. Fabrizio, il padrone di casa con la mania dell’arte, non vuole essere da meno dell’ospite e lo invita a pranzo, a dispetto della disastrosa situazione economica della famiglia. Nel frattempo, Eugenia chiarisce subito la sua situazione con Roberto, spiegandogli di essere innamorata di un altro uomo. Fulgenzio, che non sa di questo chiarimento, si ingelosisce e minaccia di suicidarsi. La fidanzata lo ferma, gli spiega a chiare lettere l’amore cosa prova per lui e i due ormai sembrano aver fatto la pace. Ma Fabrizio ha invitato a pranzo anche Clorinda: Eugenia, esasperata e gelosa, la insulta e se ne va. Il pranzo si svolge in maniera drammatica. I due giovani si chiariscono, ma quando Fulgenzio chiede se può accompagnare a casa Clorinda, Eugenia si offende: ricominciano a litigare e giungono alla rottura definitiva. La ragazza, per puntiglio e vendetta, accetta la proposta di matrimonio di Roberto: Fabrizio, che pure aveva voluto bene a Fulgenzio, ora che la nipote è fidanzata con un nobile, le proibisce di amarlo e frequentarlo ancora. La giovane acconsente, salvo poi pentirsene amaramente pochi minuti dopo: il fratello di Fulgenzio è tornato da Genova, così Clorinda passa di nuovo sotto la protezione del marito e Fulgenzio promette che non frequenterà mai più la cognata. Eugenia, disperata, si trova costretta a dirgli che ormai è fidanzata: di fronte ai rimproveri che riceve dall’ex fidanzato, patendo il colpo, sviene. Quando rinviene, si accorge che la sorella Flamminia ha spiegato la situazione a Roberto e questi, capendo, ha rotto il fidanzamento con Eugenia. Fabrizio si convincerà quando Fulgenzio dichiarerà di sposare sua nipote senza chiederne la dote. Subito dopo si celebra il tanto sospirato matrimonio.

Stupidorisiko Una geografia di guerra

8 aprile 2017

Con Mario Spallino Drammaturgia e Regia Patrizia Pasqui Produzione Emergency Ong Onlus

Stupidorisiko. Una geografia di Guerra è una critica ragionata e ironica della guerra e delle sue conseguenze. Il racconto, partendo dalla Prima Guerra Mondiale e passando per la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, arriva fino alle guerre dei giorni nostri. Episodi storicamente documentati e rappresentativi della guerra si susseguono in modo cronologico e sono intervallati dalla storia di un marine, che parla toscano e che rappresenta il soldato di oggi. “Mi chiamo Mario Spallino, anzi Super-soldato Mario, mi sono arruolato perché pensavo che fare il soldato fosse un buon lavoro per costruirmi un futuro solido, per avere un’indipendenza economica, per girare il mondo, per difendere la Patria! Sono diventato un soldato e ho fatto la guerra. Necessaria? Giusta? Umanitaria? Io sono solo un soldato, non sono uno stratega, né un politico, ma ho visto che la guerra uccide. E che si può evitare.” Lo spettacolo vuole raccontare in forma semplice e chiara – e, perché no, anche ironica – alcuni aspetti e avvenimenti della guerra e della sua tragicità, che spesso sono dimenticati o ignorati. Stupidorisiko. Una geografia di Guerra è nato dall’idea di vedere la guerra sotto degli aspetti attraverso cui non è mai stata raccontata: quello della parte delle vittime e quello della stupidità della guerra. Il teatro diviene così strumento per valorizzare e divulgare il lavoro di Emergency e il suo impegno contro la guerra. “È possibile raccontare una geografia di guerra? Può la geografia essere la causa di una guerra? Guernica è solo il titolo di un quadro? Può una nazione civilizzata essere capace di un olocausto? Può una guerra collegare Sud America, Africa e Sud Est Asiatico? Cosa nascondeva un muro che ha diviso l’Europa per quarantacinque anni? Può esistere un marine che parla toscano? E il cinema, che c’entra con tutto questo?” Paolo Busoni, storico militare e volontario di Emergency, ha fornito documentazione, competenza specifica e supervisione del testo. Ogni riferimento a personaggi realmente esistiti o a fatti realmente accaduti è da ritenersi assolutamente volontario. Lo spettacolo è stato selezionato all’interno della XIV edizione di Tramedautore, Festival internazionale della nuova drammaturgia, in scena al Piccolo Teatro di Milano

La partigiana

25 aprile 2017

Un progetto drammaturgico di Michelangelo Fetto e Amerigo Ciervo.

Maria Penna nacque a Benevento nel 1905 e morì a Firenze il 21 giugno 1944 all’età di 39 anni; morta giovanissima, dunque, e considerato il periodo in cui si è dipanata la matassa della sua vicenda esistenziale coincisa in pieno con l’evento bellico, la cosa non è da considerare nemmeno straordinaria se si pensa alle migliaia di giovani vite terminate sotto i bombardamenti o per mancanza di cibo e medicinali. Maria però non è morta sotto i bombardamenti o a causa di una malattia, Maria è morta a causa di una raffica di mitra sparata da un soldato tedesco; dopo averle assassinato il marito, i repubblichini della “banda Carità” irruppero in piena notte nella sua casa, alla ricerca di materiale di propaganda e di armi. I fascisti spaventarono orribilmente i suoi bambini, gettando sui loro letti bombe a mano non disinnescate; poi portarono via la donna e, a “Villa Triste”, la sottoposero ad atroci torture, prima di trucidarla a Firenze in via Capornia. Era una donna di corporatura minuta Maria ma in quel corpo c’erano la forza ed il coraggio di un gladiatore … evidentemente un giorno qualche suo lontanissimo progenitore lo fu. Maria era una partigiana ed è giusto sottolineare che non lo fu dopo il 25 aprile 1945 quando di colpo tutti diventarono partigiani ( molti svestendo frettolosamente la camicia nera per mettersi un fazzoletto rosso o tricolore al collo) ma molto tempo prima mettendo a repentaglio ripetutamente l’esistenza sua e dei suoi cari fino alla raffica “fatale”. La partigiana sarà il nostro omaggio a Maria Penna e andrà in scena il 25 aprile in collaborazione con ANPI.